Smontare il tripode

tetra scienza



riassunto: In queste brevi note cerco di dimostrare come gli elementi fondanti del tripode mettono le loro radici nei meccanismi elementari della costruzione della conoscenza: la triade Potere - Superstizione - Sottomissione è solo uno degli esiti possibili di un processo di approssimazione della realtà che gli uomini operano relazionandosi tra loro. Cercherò di individuare alcuni antidoti che la storia ha permesso di elaborare e li riconoscerò come Scienza.
Mi perdonino gli esperti per gli involontari errori e le inevitabili omissioni di cui sono interamente responsabile. Li invito, anzi, a farmi avere critiche e osservazioni in modo che anche questa "rappresentazione" possa essere affinata. Le semplificazioni invece fanno parte del modo di procedere e ritengo possano essere tollerate.


Ciò che comunemente intendiamo per "comprendere" coincide con "semplificare": senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile a schema: a questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell'evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio e il pensiero concettuale.

Primo Levi, I sommersi e i salvati

La scienza è una forma di conoscenza.

(l'atto elementare)

La conoscenza della realtà (materiale o sociale) che ci circonda procede per sintesi, troncamenti, omologie e differenze. Esperienze percettive complesse vengono semplificate, private degli aspetti che paiono inessenziali e rese confrontabili con altre rappresentazioni che possono essere ricordo del passato o è immagine di un ideale.

L'attore di questo processo è, nello stato più elementare, un singolo portatore di conoscenza, modelli, tradizioni, visioni del mondo acquisite, pratico di una determinata esperienza delle cose del mondo. A questo si aggiunge lo strato più 'personale', le 'esperienze' (ossia la successione delle sue precedenti rappresentazioni), le condizioni psichiche e fisiche al momento in cui la rappresentazione prende corpo.

La medesima esperienza in condizioni - epoche - contesti e momenti diversi determina rappresentazioni differenti (quindi dal punto di vista della loro rappresentazione non esistono due esperienze uguali).

(l'atto comunicato)

Quando (e per quanto ci interessa possiamo pensare che avvenga sempre (*)) la rappresentazione viene comunicata, si propone come materia (sociale) per nuove esperienze, proprie ed altrui. La rappresentazione elementare diviene "esperienza" quando viene comunicata. Viene cioè codificata in una rappresentazione simbolica che agisce per mezzo di un apparato formale più o meno complesso; si tratta, per chi la elabora (singolo o collettivo), di una rappresentazione efficace.

Una rappresentazione efficace può essere chiamata "verità", e si tratta effettivamente della verità della rappresentazione. Poiché un fatto può avere diverse rappresentazioni è chiaro che per il medesimo fatto vi possono essere più verità. Il termine verità, però, si usa anche in contrapposizione con il termine "falsità" descrivendo una rappresentazione quando viene consapevolmente travisata per forzare un'azione in un processo di relazione; oppure può essere preso a pretesto dal Sacerdote per definire un valore indiscutibile che avvalori il suo Potere (la verità della chiesa, la verità del tribunale e così via). Per evitare ambiguità preferisco quindi continuare ad usare la definizione "rappresentazione efficace".

Il linguaggio, la formalizzazione matematica, la simbologia religiosa, la poesia o la lingua dei sogni, sono tutti sistemi atti a descrivere le rappresentazioni delle esperienze di realtà (materiale o sociale). Naturalmente il sistema utilizzato non è indipendente dalla rappresentazione, ne è anzi parte integrante.

(lo scambio)

L'atto della comunicazione effettua una ulteriore determinante trasformazione "sulla" o "con la" rappresentazione. La comunicazione richiede che l'esperienza venga formalizzata in un sistema di simboli: tradizione, cultura, sistema formale, contingenza psico-fisica intervengono ulteriormente a condizionare la formalizzazione simbolica dell'esperienza.

In questo processo, cruciale tassello dell'esistenza prima ancora che della conoscenza, si manifesta quella "libertà di scelta" che da tanto tempo sta tormentando la percezione che molti attori hanno di sé. Se da un lato, infatti, essere è poter agire sulle cose, dall'altro ipotizzare la possibilità che esista una spiegazione (scientifica o non scientifica) al succedersi degli eventi, ipotizzare i poter conoscere questa spiegazione e quindi di poter prevedere (dominare) la materia significa immaginare una ragione che prescinde dal singolo e quindi annulla il senso di ogni sua scelta.(1)

L'atto della rappresentazione elementare viene così molteplici volte comunicato e recepito, ogni volta dando luogo a quel processo di semplificazione e sintesi che elimina ridondanze, incongruenze (rispetto al sistema di rappresentazione scelto) e oscillazioni dovute a contingenze e coincidenze (anch'esse identificate come tali in relazione al sistema di rappresentazione).

I poli della comunicazione interagiscono tra loro e tendono a sostituire:
- all'esperienza individuale un "fatto"
- al sistema formale uno strumento comunicativo;
- alla realtà (materiale o sociale) una rappresentazione efficace.

Le rappresentazioni, intese come oggetto di scambio comune, costituiscono la base esperienziale della conoscenza e, col tempo, opportunamente sintetizzate, troncate, fissate nella memoria e nel senso comune, diventeranno una parte della tradizione che verrà.

(il ritorno - l'identità)

La comunicazione di una rappresentazione di esperienza, che sia di una realtà materiale o di una sua rappresentazione formale, produce un ritorno che può modificare la rappresentazione originaria o confermarla. Già di fronte ad un evento, nel porci la domanda che genererà la rappresentazione, determiniamo la risposta: sia selezionando quegli aspetti che contesto e momento ci permettono di selezionare, sia optando per una selezione che ci convince (che 'ci piace', anche qui fa capolino la nostra libera scelta). Come se la rappresentazione dovesse restituirci qualcosa di importante. Quando poi la rappresentazione viene comunicata e affidata alla percezione altrui, l'esistenza (e l'aspettativa) di questo ritorno si palesa in modo evidente. Comunicare la rappresentazione significa predisporsi a riceverla trasformata, quanto non è dato sapere, ma se la trasformazione è lieve, inessenziale, la percezione per gli attori è di conferma. In generale le parti sono consapevoli di ciò che accade e l'attesa di una risposta può entrare a far parte della rappresentazione. Così la rappresentazione complessa che ne risulta, dipendendo essenzialmente dalla domanda, può non dire tutto. Vi sono dei sistemi di conoscenza che si basano prevalentemente sulla presenza di una risposta: la Razza Superiore, il Progresso, il Libero Mercato, offrono la possibilità di un ritorno garantito a chi li assume [sottomissione]. Senza arrivare a queste aberrazioni, però, il senso del ritorno nella comunicazione di una rappresentazione efficace è comunque sempre parte della comunicazione e della rappresentazione.

(trappole della rappresentazione e della sua comunicazione)

Questo scambio (sia esso singolare o collettivo) determina delle aree semantiche più "sicure" di altre. "Sicure" in quanto capaci di generare risposte (materiali o sociali) di conferma più che di smentita. Poiché però le rappresentazioni efficaci su un medesimo evento sono molteplici, anche le aree semantiche "sicure" sono più di una. Viene naturale, quindi, considerarne una come la propria e le altre come estranee. Inutile dire che anche questo aspetto entra a far parte della rappresentazione oltre che della sua comunicazione. Inoltre, in questo processo di aggregazione per aree omogenee, i poli dello scambio (ancorché, a volte, apparentemente conflittuali) possono trovare conforto nel farsi specchio reciprocamente: scambiandosi conferme. In questo caso si esperisce una realtà differente da quella che appare (a terzi), che è una realtà di relazione e rapporto, che produce pur sempre conoscenza di realtà ma non di quella a cui il sistema simbolico utilizzato si riferisce quanto piuttosto di quella degli attori che lo agiscono, i poli dello scambio. Anche qui vi sono sistemi di conoscenza che si nutrono essenzialmente di questo aspetto, si pensi alle tifoserie sportive o alle partigianerie ideologiche o agli integralismi religiosi. Sarà solo dando la possibilità ad altre aree semantiche di falsificare le esperienze che si potrà generare un maggior grado di indipendenza della rappresentazione dagli attori che la interpretano, ma ci arriviamo tra poco.

(trappole della rappresentazione e del darle troppo peso)

La formazione di rappresentazioni condivise avviene attraverso lo scambio (ping - pong) esperienziale e simbolico. Molto astrattamente si parte da una "intuizione" (rappresentazione grezza, abduzione) e la si affina arrivando a inglobarla nel sistema simbolico (condiviso) delle rappresentazioni, anche arrivando a modificare quest'ultimo - se necessario.

Talvolta si attribuisce alla rappresentazione simbolica il ruolo della realtà materiale. Evidentemente si tratta di una mistificazione (che può essere inconsapevole, ma talvolta utile). Ad esempio la fisica delle particelle ha cercato e trovato(!) delle particelle ignote, ma la cui esistenza era ipotizzata sulla base del principio di simmetria dell'apparato formale utilizzato. Questo fatto ha una sua rilevanza. La realtà materiale osservabile non HA la simmetria, come non HA la matematica né la statistica, casomai queste sono strumenti per rappresentazioni efficaci. Scoprire realtà materiali mai osservate e ipotizzate sulla base di una rappresentazione formale (qui sì, si tratta di deduzione) sembra poter attribuire un valore aggiuntivo alla formalizzazione utilizzata.

L'esperire che noi "conosciamo" è frutto di questo processo, approssimativo e fallace, che trova una sua peculiare ragione d'essere nel sapersi fare, gradualmente, tradizione o cultura ossia nel poter aggiungere una seppur marginale risposta alle domande avute in eredità.

(fino a qui tutto bene, l'Odio, Mathieu Kassovitz - 1995)

(l'atto scientifico)

Tra le attività del conoscere chiamo "scienza" un esperire collettivo che si sottoponga ad una validazione universale.

Validazione significa pubblicità della conoscenza, replicabilità delle prove e confutabilità delle proposizioni.

Il confine della rappresentazione efficace è dato dalla parte di realtà che in questo non trova uno spazio, una spiegazione. (è il luogo in cui la rappresentazione è inefficace). L'inefficacia di una rappresentazione può essere un fatto atteso. Procedendo per semplificazione e troncamenti, è sempre possibile sapere che ci sono delle cose che restano fuori, e qualcuna magari elencarla (sempre che lo si voglia fare). Inoltre l'azione sulla materia (naturale o sociale) non è mai priva di intrinseche oscillazioni: le misure non sono mai uguali, i ricordi non corrispondono mai del tutto tra loro. Una siffatta discrepanza tra rappresentazione e fenomenologia non preoccupa e la si può considerare parte della rappresentazione stessa (una rappresentazione efficace consapevole), le incongruenze che ne derivano tra stima e rappresentazione possono essere ritenute trascurabili.

Al contrario, errori, discrepanze, incongruenze e ambiguità quando non vengono più trascurati indicano, puntano, suggeriscono direzioni di ricerca: si collocano al confine della scienza la dove vi è la ricerca. Le conoscenze, e tra questa la scienza, non hanno un confine definito, non vi è un netto dentro, fuori e non vi sono zone franche. È come per una spugna porosa in cui ogni punto è al confine. Operare per semplificazioni è una necessità.

(rischi ed ambiguità)

Talvolta il formalismo ci impone delle semplificazioni. Un esempio banale riguarda l'ipotesi di continuità e derivabilità nella fisica in relazione alla scala dei sistemi analizzati. La fisica opera su scale diverse utilizzando formalismi differenti. La realtà è la medesima ma le rappresentazioni sono diverse. L'ipotesi di continuità e derivabilità delle funzioni ordinarie non si applica a ben vedere a nessuna scala anche se è ampiamente utilizzata nella meccanica, nello studio dei movimenti nello spazio, nello studio della dinamica dei fluidi e così via. Vi sono scienze (o conoscenze) che si occupano dei confini che introducono delle discontinuità tra i sistemi (il cambiamento di stato) o nei sistemi (morfogenesi, teorie del caos). Ogni ambito introduce, anche nella formalizzazione utilizzata, delle semplificazioni. Applicare una rappresentazione su un fenomeno di scala diversa da quello che la ha generata può portare a risultati impredicibili.

Ancora, lo strumento di formalizzazione per eccellenza della tekno-scienza, l'informatica, è per sua natura discreto (discontinuo) e, a causa di ciò, la rappresentazione può, se non trattata a dovere, introdurre elementi di origine computazionale non presenti nella teoria. È compito dell'attore essere consapevole delle semplificazioni che impone, saper valutare il grado di rispondenza tra la sua rappresentazione e la realtà e sapere che se tra i due uno perde questo è lui.

... e così via.

Talvolta si affida la formalizzazione simbolica di una rappresentazione efficace ad un'altra rappresentazione, sfruttando delle omologie tra fatti o rappresentazioni diverse. Affinare la conoscenza operando su somiglianze e differenze è una pratica abbastanza comune anche se nasconde dei rischi e non sostituisce l'attività di verifica e confronto tra rappresentazione e realtà. Il formalismo matematico, ad esempio, gode della invidiata proprietà di poter evidenziare in modo abbastanza indiscutibile i presupposti (le ipotesi) e le deduzioni (a patto di volerlo fare). Questo non autorizza a pensare che la sua applicazione possa di per sé essere portatrice di una maggiore efficacia e soprattutto, quand'anche la formalizzazione applicata 'dall'alto' a realtà diverse risulti convincente, non è lecito pensare che altrettanto efficaci siano le deduzioni che per mezzo di questa si operano: la "teoria delle catastrofi" applicata alla storia, la termodinamica applicata ai sistemi sociali, la matematica applicata ai sistemi finanziari, sono più che altro tentativi di dotare di una solida formalizzazione delle rappresentazioni con cui forse non hanno nulla a che fare. Oppure, volendo prescindere dallo specifico contenuto evocativo della formalizzazione, si consideri come le pratiche di conquista tendono a trasferire le conoscenze, per esempio sulla rappresentazione della giustizia, imponendole a dei contesti in generale del tutto diversi da quelli che le hanno originate generando effetti disastrosi sulla realtà sociale che le subisce e pericolose degenerazioni della rappresentazione stessa.

Un eccesso di fiducia dato allo strumento (come si è visto per un eccesso di rilevanza dato alla risposta) può portare a delle deduzioni incongruenti con la realtà in esame (osservazioni, esperimenti, verifica).

Se da un lato la conoscenza tende a formare dei sistemi simbolici stabili (e quindi condivisi) dall'altro ogni volta che un sistema si afferma vengono fissate le semplificazioni operate e si rischia di imporle alla realtà sottostante. La creazione scientifica per rafforzarsi come rappresentazione deve irrigidirsi. Nel processo che genera conoscenza si passa con estrema facilità da autorevolezza ad autorità e non a caso il cambiamento di paradigma scientifico viene accomunato ad una rivoluzione.

Come tutte le forme di conoscenza anche la scienza, che pure si dota nel presupposto di universalità (pubblicità, confutabilità, verificabilità), di una buona dose di anticorpi, porta in sé il rischio di trasformarsi in un sapere chiuso, non discutibile, iniziatico.

Quando è il medico che applica la cura al paziente (e non fa cura con il malato)
Quando è il maestro che insegna agli allievi (e non impara con loro)
Quando è il giudice che attribuisce torti e ragioni (la certezza della prova, quella che il tribunale chiama la prova regina, i cinque punti delle impronte digitali, l'esame del DNA, … mentre le parti, assenti, aspettano che sia stabilita la loro verità)

Una dose di inconsistenza nel procedere della conoscenza è inevitabile.

il tripode ci è sempre accanto

(conclusione inconcludente)

avrei voluto chiamare questo pezzo la cono-scienza, non solo per indicare l'attenzione del testo al rapporto tra scienza e conoscenza ma anche pensando alla scienza come ad un sistema che cresce, come il diametro della sezione del cono. Per non incappare nel megalite del teo-cono di Silvio Ceccato ho preferito cambiare forma geometrica sostituendo al cono il tetraedro. Il risultato è di gran lunga migliore: il tetraedro infatti non ha né alto e né basso (se non temporaneamente ed in apparenza) e offre anzi quattro solide superfici disponibili all'appoggio, dimostrandosi con ciò molto più equilibrato del tripode.

Inoltre mi permette un tenero omaggio al cartone tetrapak (quando il nome corrispondeva alla forma) con cui da bambino ho accompagnato innumerevoli colazioni e merende. A rileggerlo, poi, il pezzo mi risulta effettivamente un po' tetro quindi ben gli sta

((*)un punto aperto)

resto qui con un punto aperto che potrebbe, forse, in parte, scompaginare le carte, ovverossia quanto sia possibile è rappresentazione senza comunicazione.
La risposta passa dalla nebbia...

(biblio piccola)

Sivlio Ceccato, Teocono, 1949
Nils Christie. A suitable amount of crime. Routledge, 2003
Brian de Palma, Carlito's way, 1993
Ludwik Fleck, La scienza come collettivo di pensiero: saggi sul fatto scientifico, Melquiades, 2009
Ugo Mattei, Laura Nader. Plunder. Blackwell // Il Saccheggio, Bruno Mondadori
Mathieu Kassovitz, l'Odio, 1995
Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, 1962
Akira Kurosawa. Rashōmon, 1950
Alessandro Portelli, L'uccisione di Luigi Trastulli. Terni 17 marzo 1949
Ilya Prigogine, Dall'essere al divenire, Einaudi 1978
Ilya Prigogine, Isabelle Stengers, La nuova alleanza, Einaudi 1981
José Saramago, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Einaudi, 1991
René Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi, Einaudi 1980
Francesco Uboldi, Il mito del progresso, 2010
Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi 1977

Note

(1) Lo spazio occupato dalla figura di Cristo nella storia delle rappresentazioni ben esemplifica il tormento di una parte di mondo attorno a questa ineludibile contraddizione. Egli infatti deve aver scelto di morire perché - come uomo - sceglie la fede ma non può aver scelto di morire perché lui stesso è nel disegno di Dio. Come se l'essere e il sapere ne contendessero l'immagine.




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