Smontare il tripode

il diritto penale

Si (ri)propone una riflessione sul diritto penale (e, per estensione sul diritto e sulla norma in generale) (1).

Ipotizzo quattro punti chiave su cui sviluppare il ragionamento:

1) La pervasività del diritto

L'impressione è che la sfera del diritto si stia allargando in maniera impressionante. Da un lato il numero e la qualità dei comportamenti normati aumenta di giorno in giorno. Questo sia sul piano del diritto penale vero e proprio sia su quelli delle norme extra-giudiziarie (ordinanze comunali, patti territoriali...) che vengono propagandate come lo strumento più idoneo per affrontare le conflittualità sociali o individuali o anche solo per definire delle modalità di comportamento adeguate e sanzionare quelle inadeguate.

Il diritto penale sta diventando la modalità di approccio più comune alle forme di conflitto (sociale o personale, individuale o collettivo). Una manifestazione operaia diventa 'blocco stradale', 'danneggiamento' e 'oltraggio', l'esproprio di un grande magazzino diventa 'rapina'. Il fatto scompare dietro l'ombra della norma infranta. Chi e perché fosse lì a fermare il traffico, a bestemmiare, ad aggredire la merce non è più un problema rilevante. Lo stesso evidentemente vale per il ladruncolo e per lo speculatore immobiliare, con la differenza che quest'ultimo probabilmente parte avvantaggiato: almeno sul piano dell'immaginario la norma economica / finanziaria è più distante, e quindi meno rilevante, che la norma sull'ordine pubblico e sul rispetto della piccola proprietà privata.

È facile in questo modo tendere a far rientrare negli ambiti del diritto i comportamenti che risultano 'deviare' dal luogo comune della 'acquiescente normalità' siano essi espressione di una consapevole espressione di alterità rispetto all'organizzazione sociale dominante o siano invece una inconsapevole espressione di incompatibilità con i modelli di vita ritenuti 'leciti' (2).

Il diritto tende sempre più a porsi come regolatore dei comportamenti, delle intenzioni, delle personalità. Un caso smaccatamente evidente in questo senso è il reato di clandestinità che 'norma' una condizione di vita, una storia, più che un fatto specifico. Un clandestino che dorme, mentre dorme, sta compiendo il suo reato. Ma più in generale l'uso massiccio dei reati associativi tende a far prevalere l'aspetto dell'identità su quello specifico del fatto delittuoso andando a criminalizzare una rete di rapporti e relazioni a prescindere dal fatto che abbiano portato a dei fatti specifici o meno (3). Questo è molto evidente nel caso della lotta al 'terrorismo internazionale' dove sono considerate criminose delle forme di appoggio / sostegno anche economico a organizzazioni che svolgono attività in altri paesi. Ma in questo senso valgono anche figure come quelle del "mafioso" o dell'appartenente a particolari gruppi socio-antropologici. L'uso delle categorie come ci illude di poter governare in tutto gli oggetti fa pensare di poter conoscere a priori e controllare gli esseri umani.

I patti delle amministrazioni comunali raggiungono ambiti ancora esclusi dal diritto giuridico. L'ingresso ai campi nomadi è regolato (con tanto di polizia all'ingresso) sulla base di un patto tra gli il comune e i capifamiglia (strano soggetto) di coloro che stanno nel campo che permette ai vigilantes all'ingresso di fare entrare o meno gli esterni nel campo. Se un membro della famiglia sgarra sono tutti fuori (un meccanismo analogo è utilizzato per controlare gli accessi ai campi dei terremotati aquilani nel periodo del G8).

Le ordinanze comunali ci indicano, sotto la minaccia di sanzioni, come e dove mangiare i panini, scambiarci dei baci, sederci (4).

Questa criminalizzazione delle relazioni non avviene in sordina ma anzi è ostentata. Senza pudore seziona la società in parti arbitrariamente definite e trova la principale giustificazione e forza nell'essere prodotto della norma, che viene propagandato come uno tra i principali strumenti di definizione della verità e di regolazione dell'ordine sociale.

La concordia sulla intangibilità del diritto è pressoché unanime.

Oltre a questo c'è il potere, a cui è garantita l'immunità totale.

2) Identificazione del piano della giustizia penale con il piano della verità

La giustizia è lo strumento per la determinazione della verità. Laddove esista una potenziale 'colpa' o forma di disequilibrio il tribunale è il luogo atto a ristabilire la corretta dinamica dei fatti e quindi a imporre le necessarie sanzioni. Prima ancora che occuparci delle sanzioni va detto che questa affermazione è falsa. Il tribunale non ha né gli strumenti né la volontà di stabilire quella che è la verità dei fatti, la dinamica delle relazioni, il senso dell'operato della parti in causa. Il tribunale, al più, può stabilire con una imprevedibile dose di approssimazione il comportamento dei soggetti rispetto alla norma, collocarli e stabilire se e come l'abbiano infranta. Nella versione più ottimista l'attività della corte è quella di identificare delle similitudini tra diversi eventi delittuosi in modo da uniformare la pena e la sanzione e fare quindi in modo che queste non siano inique a loro volta (5). Ma la norma stessa non ha alcuna ambizione a farsi verità. Però l'idea che ciò che è legale sia giusto e viceversa ha una grande diffusione e la ritroviamo sorprendentemente negli ambiti meno sospetti di collusione con il tripode. Deve farci riflettere sulla sua potenza comunicativa.

3) Accentuarsi delle forme di disequilibrio in relazione al diritto

Oltre ai punti -1- e -2- è indispensabile citare una attitudine marcata a interpretare in maniera asimmetrica la norma giuridica. Di come il reato finanziario sia considerato meno vicino e per questo meno grave del reato contro la persona o la proprietà comune si è detto. Più in generale vi è la tendenza a identificare delle aree di extraterritorialità del diritto che vanno dalla militarizzazione delle zone 'sensibili' come le centrali elettriche, le discariche dei rifiuti, i cantieri delle grandi opere e chi più ne ha più ne metta fino alla tutela dei comportamenti dei vertici di governo, del personale di forza pubblica fino ad una consueta buona dose di accondiscendenza per i 'criminali' eccellenti. Il tutto abbastanza palesemente quando non ostentatamente.

4) Il ruolo delle forze di polizia come esecutori materiali del diritto

Le forze di Polizia come esecutori materiali del diritto prescindono, in un sistema emergenziale, da qualsiasi forma di controllo "esterno". La delega data ai guardiani dell'ordine, in nome della necessità di far prevalere la norma e di doverlo fare in un contesto emergenziale, è totale. Si può dire che in questo caso il sistema poliziesco sussume il diritto e lo fa suo, assumendosi così il diritto a far valere l'ordine al di sopra delle regole e anche della dialettica della politica. I meccanismi su cui si sostiene questo schema sono diversi (dal riferimento a situazioni di pericolosità sociale alla necessità di tutelare o 'risarcire' le vittime all'incombere di rischi naturali o sociali) ma il risultato è sempre quello di scindere il piano della realtà da quello della sua rappresentazione permettendo così la costruzione di linee di demarcazione tra i comportamenti ritenuti "accettabili" e quelli definiti "inaccettabili".


Questa imbarazzante contiguità fra sovranità e funzione di polizia si esprime nel carattere di intangibile sacralità che, negli antichi ordinamenti, accomuna la figura del sovrano a quella del boia. Ed essa non si è forse mai mostrata con tanta evidenza quanto grazie al caso fortuito (di cui ci riferisce un cronista) che il 14 luglio del 1418 fa incontrare in una via di Parigi il Duca di Borgogna, appena entrato come conquistatore in città alla testa delle sue truppe, e il boia Coqueluche, che in quei giorni ha instancabilmente lavorato per lui: il boia coperto di sangue si avvicina al sovrano e gli prende la mano gridando "Fratello caro!" (Mon beau frère!). Giorgio Agamben, Polizia sovrana, da "mezzi senza fine" - Bollati Boringhieri, 1996

(biblio piccola)

Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, il Mulino
Nils Christie, A suitable amount of crime, Routledge
Angela Davis, Aboliamo le prigioni?, Minimum fax
Gaspare De Caro, Roberto De Caro. Storia senza memoria. Colibrì
Gaspare De Caro, Roberto De Caro. La sinistra in guerra, Colibrì
Elisabetta Grande. Il terzo strike. Sellerio
Jonathan Simon, Il governo della paura, Raffaello Cortina
Sezione abolizionista de l'Archivio Moroni

Note


(1) Si fa riferimento in particolare al diritto Penale. Una obiezione arrivata nel corso dell'elaborazione di questo testo è che diametralmente opposta è la vicenda che riguarda il diritto del lavoro. Su questo ci sarebbe da riflettere di più, da un lato è vero che si tende a de-normare le forme di accesso, permanenza ed uscita dal lavoro, d'altro lato l'impressione ` che il diritto formale lascia un vuoto che dovrebbe essere innanzitutto occupato da una percezione di diritto sostanziale. I giovani, nel fare loro il sistema della precarizzazione, si rapportano al luogo del lavoro non più come ad una situazione da domare e modellare secondo le proprie esigenze (e le oggettive possibilità) ma piuttosto come una entità data da prendere o lasciare.

(2) Su un piano generale sembra logico pensare che far prevalere la norma al piano di realtà produce dei terreni di esclusione sociale 'a priori'. La norma che precede la realtà è un sistema che tende ad auto-rafforzarsi perché è portato ad identificare dei 'trasgressori' che sono tali solo in virtù dell'esistenza della norma.

(3) M.M. e C.V. sono rinviati a giudizio per 270bis (associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico) per il contenuto di un libro scritto dal primo che l'estensore dell'ordinanza di rinvio, come è scritto nella stessa ordinanza, non ha letto.

(4)
20 FEBBRAIO, 2010: Agrigento: "Sagra del mandorlo in fiore", banditi gli alcoolici

20 FEBBRAIO, 2010: Montecchio (Vicenza), basta polli sul terrazzo, Due nuove ordinanze per chi vive in condominio a Montecchio

28 FEBBRAIO, 2010: Milano: ordinanza per il deposito in Comune dei contratti di affitto

22 FEBBRAIO, 2010: Civita Castellana – Via gli alberi, i rami e le siepi che invadono marciapiedi

21 FEBBRAIO, 2010: Chivasso, carnevalone: vietati gli assembramenti sui balconi

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Ordinanza a Pordenone: vietato fermarsi in due in strada
Abbiategrasso Schiamazzi notturni e accattonaggio molesto: nuove ordinanze comunali
Sanremo Panchine, a Sanremo seduti solo con la carta d'identità
Thiene vietato sputare, Il nuovo regolamento: è proibito lavare l'auto e bagnarsi nelle fontane pubbliche

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(5) C'è una buona dose di provocazione in questo ma verrebbe da dire che la maggiore preoccupazione di un Tribunale di Giustizia dovrebbe essere quella di non commettere ingiustizie a sua volta.




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